Le tre regole del combattimento

Premessa:

Jinichi Kawakami in principio pensò di smettere di praticare e tramandare il suo Ninjutsu perché credeva che nell’era moderna attuale, sarebbe stato inutile.
In parte è vero poiché questa disciplina nasce in un periodo di guerra e costante lotta per la sopravvivenza.

Oggi tali arti potrebbero sembrare inutili, ma non è così. La scienza strategica, medica, e tecnica, del ninjutsu è talmente perfetta da adattarsi anche ai giorni d'oggi. Certo, viviamo in una società di leggi e regole, che non consentono più di applicare determinate "cose", usuali per un guerriero shinobi. Tuttavia, come dico sempre io «se conosci 1000 modi per uccidere, conosci 1000 modi per non farlo».

La conoscenza dei kyūsho, delle leve articolari, e delle varie waza con le quali si sottomette qualsiasi avversario, possono ritrovarsi parecchio utili in una società dove non si può uccidere liberamente.

Oltre questo, (cosa che ha fatto cambiare idea a Jinichi Kawakami), i retaggi sono importantissimi, sono una vera e propria impronta del cammino che ha fatto l'uomo dal passato a oggi, e sono più che importanti per comprendere l'evoluzione e l'adattamento delle tecniche, della conoscenza e della coscienza dell'essere umano.

Se non sappiamo da dove veniamo, non sapremo perché siamo qui oggi, e dove potremmo andare a finire. Se non sappiamo come abbiamo vissuto senza le cose che abbiamo oggi, non saremo mai in grado di capire il potenziale umano all'infuori della tecnologia moderna, e conoscere le nostre vere capacità.

Dunque è giusto e corretto portare avanti, quelle che sono le tradizioni delle antiche civiltà, e far si che non si perdano, nel rispetto di coloro che hanno faticato tanto per far si che oggi avessimo quello che abbiamo.

Purtroppo oggi giorno si sfrutta parecchio il fascino delle arti marziali per un business senza scrupoli. Discipline povere di fatti e di un programma reale di addestramento, che seguono la regola (meno c’è nel programma - meno ore facciamo fare di lezione - più dura il corso – più soldi facciamo), ed elementi simili che ci vuole coraggio a chiamare “maestri” oggi pullulano nei Dōjō e nelle palestre di arti marziali insegnando Kata fini a se stessi, movimenti di base senza logiche particolari e altre sciocchezze che non portano a nulla.

Voi potreste pensare: «Non siamo in tempo di guerra, perché compiere addestramenti duri e faticosi nell’era moderna di oggi?»

Semplicemente perché viviamo in un mondo che purtroppo è dominato da persone immorali, un mondo violento, che sta degenerando senza regole e rispetto per la vita, nel caos assoluto nel crimine e nell'ignoranza.
Ma voi potreste rispondermi: «e quindi essere persone violente, capaci di uccidere e combattere realmente, risolverebbe la cosa?»

Assolutamente no! Non è facendo chiodo schiaccia chiodo che si risolve il problema, ma semplicemente mettendo coraggio, coscienza e senno in una mente che può acquisire saggezza da queste doti, e che in futuro a sua volta faccia lo stesso con altri. Sta tutto nella cultura moderna, che associa chi sa combattere, a chi ama combattere. Mentre un maestro saggio sa che combattere è l’ultimo fine a cui bisogna giungere in una situazione di contrasto, poiché le arti marziali sono una via per l’illuminazione, ovvero acquisire coscienza di se e capire fin dove può arrivare il nostro essere, col corpo e con lo spirito, e controllare tutto ciò. Camminando retto e sicuro di se, senza spavalderia, con fierezza e coraggio nel cuore, in modo da aiutare chi ancora deve sbocciare a cogliere l'essenza di se, per giungere a tale rettitudine.

Menomale però, che oggi esistono ancora maestri e Sōke di arti marziali, che portano e mantengono queste tradizioni e questa morale, vive e pure, come un tempo.

Detto questo, la nostra scuola si basa su principi legati alla realtà del combattimento. Oltre ad occuparci dunque del retaggio e della storia, difendendo tutto con ogni mezzo, ci occupiamo anche di ciò che è realmente applicabile al giorno d'oggi, al contrario di molte discipline che si occupano solo di kata fini a se stessi, o peggio coreografici balletti, che poi in uno scontro reale sono del tutto inutili.

A questo punto sorge un argomento che tratta le "tre regole del combattimento". Regole psicologiche che vengono fuori dalle vere e reali esperienze in combattimento, di chi ha avuto (purtroppo) esperienze in cui si è stati costretti a combattere per salvare la propria vita.

Da premettere che prima di giungere a ciò, bisogna cercare di essere diplomatici, oltre le nostre possibilità, e cercare di far finire una situazione di contrasto senza l’uso della violenza. Ma nel caso in cui ciò non fosse possibile perché dall’altra parte vi è qualcuno senza morale, rispetto, e bontà d'animo, allora bisognerà seguire tali regole per giungere ad una ferma e pulita reazione.

"Ragiona - Scappa/Evita - Combatti"

Regola Numero 1: La Paura

Durante un combattimento non avere paura può sembrare coraggio, ma in realtà è incoscienza. La paura è la più grande spinta dello spirito, e può farci giungere ad azioni che non potevamo mai pensare di compiere, oltre ad un ragionamento applicato piuttosto che azioni incoscienti.
La paura che quell’individuo possa uccidervi, può salvarvi la vita.
La paura delle sue reazioni, la paura che se cedete, lui ne approfitterà per sovrastarvi. Queste paure sono utili, perché vi terranno attivi mentalmente, e con i riflessi ponti a tutto. L’unica cosa di cui non dovete avere paura davvero, sono i suoi colpi. Se addestrati bene all’urto e a subire colpi, quelle botte per voi non saranno qualcosa da temere ma che già conoscete. Sentirete il dolore, ma sarà familiare, e non sarà quel dolore a farvi perdere il controllo o a farvi chiudere la guardia soccombendo al nemico.
Il modo in cui riceverete i suoi colpi, farà avere paura o meno all’avversario, perchè dopo tutto, è umano anche lui, e come voi, la paura può giungere anche fino a lui.
Se subirete attacchi con terrore, egli saprà di essere il predatore e voi la preda, colmandosi di più coraggio, grinta e cattiveria. Se invece subirete i colpi senza mostrare il ben che minimo segno di cedimento e terrore, ma anzi, grinta, rabbia e cattiveria, egli vedrà che sta attaccando un altro predatore, e che non avrà vita facile, cominciando a far sorgere nel nemico dubbi e paura, il che potrà sbilanciare la bilancia a vostro favore, se questo lo porterà ad esitare anche in un solo attacco.

Regola Numero 2: La calma

Come appena detto, durante un combattimento il vostro stato d’animo e quello che mostrate di esso è importante, è tutto! Mostrare paura implica ovviamente la sconfitta poiché il vostro avversario avrà piena coscienza del suo potere.
Mostrare ira, o addirittura averla letteralmente, al contrario di quello che molti credono, è anche questo sbagliato. La rabbia ci porta a due cose:

Perdere il controllo, e quindi dare all’avversario le brighe dello scontro.

Non avere alcuna messa a fuoco delle proprie azioni, il che implica un eventuale reazione troppo eccessiva, che può portarvi a fare qualche sciocchezza che vi rovinerà la vita per sempre.

Ciò che dovete mostrare è la calma assoluta. Ciò che dovete avere è il controllo assoluto. Si sa, più semplice a dirsi che a farsi in una situazione in cui ci si trova con l’acqua alla gola. Ma la meditazione e tanti esercizi che si compiono nel Dōjō non si fanno solo per farci passare lo stress della settimana o perché va di moda.
 Ma si fanno solo per un motivo, pieno controllo, ovvero acquisire la propria coscienza di se e delle proprie capacità, in modo da non perdere il senno e avere il sangue freddo al momento giusto. L’avversario se vedrà una persona impaurita avrà il pensiero di essere superiore e quindi di avere la vittoria in pugno. Se invece vedrà un guerriero fiero, freddo, sicuro, e pronto ad accogliere la lotta, vi affronterà diversamente vedrete.

Regola Numero 3 : Il Disorientamento

Immaginiamo per un momento che il nostro cervello sia come un hard disk suddiviso in 2 parti. C’è una sezione per l’istinto (dove vi è tutto ciò che riguarda le nostre azioni primordiali), e una sezione per la nuova memoria (ovvero ciò che impariamo nel nostro tempo attuale).

Per natura noi abbiamo già impressa un’ampia conoscenza di istinti di movimento e reazioni in base a cosa abbiamo davanti. Ad esempio, se ci attacca un cane, ci aspettiamo che morde, un gatto graffia, un’aquila ci attacca in picchiata, un serpente può scattare da un momento all’altro dal basso, un toro ci carica e così via.
Da ciò istintivamente noi ci muoviamo in modo adeguato all'attacco.
Da un essere umano in una situazione di contrasto ad esempio, ci aspettiamo per istinto che agisca ed usi determinate mosse naturali, come pugni e calci dati a alla rinfusa per colpire determinati punti del corpo istintivamente mirati, e quindi reagiamo di conseguenza tutti in un determinato modo.
Chi pratica discipline marziali, ha una cosa che se sfruttata bene li rende speciali, la conoscenza di "movimenti nuovi" e non presenti in quell' hard disk mentale.
Le arti marziali sono studiate per approfondire quella che è la conoscenza dei movimenti, dell’anatomia del corpo umano e della meccanica di esso, al fine di vedere fin dove il nostro essere può giungere per sfruttare al massimo ne nostre potenzialità fisiche e mentali. Se si giunge a questo, saremo capaci di movimenti e mosse, che un normale essere umano non ha “nel proprio hard disk”, e che quindi non saprà decifrare restando disorientato. Questo lo destabilizzeràà in maniera esponenziale, rendendolo succube della nostra superiorità, dovuta alla conoscenza. La teatralità fa moltissimo. A primo impatto può sembrare ridicola, ma sono questi movimenti che non fanno parte del nostro istinto, studiati imitando quelli degli animali ad esempio, e da quello che possiamo fare spingendo il nostro corpo oltre quella che è la naturalezza dei movimenti, che ci renderanno imprevedibili.
Tutto questo, agli occhi dell’avversario vi renderà più che semplici persone, ed è questo che dovete essere contro un avversario, più che semplici “umani”, imprevedibili e veloci, in grado di disorientare chiunque e darvi quindi una possibilità in più di vincere.

Queste dunque, sono le tre regole fondamentali per affrontare realmente quello che è un combattimento reale. Ed è la cosa che fa la differenza tra chi combatte, e chi si azzuffa. Tra un guerriero, e un semplice attaccabrighe da bar.

Sensei Scolaro Giuseppe Simone